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Intervista a Marcello Coradini
25 giugno 2010
Marcello Coradini è responsabile dei programmi d’esplorazione del Sistema Solare presso l’Agenzia Spaziale Europea di Parigi e docente del corso di “Missioni interplanetarie” all’ISICT.


Che consiglio si sente di dare ai giovani che devono scegliere un percorso di studi?
Di seguire le passioni. Studiare e lavorare è impegnativo.. Solo se facciamo qualcosa che ci piace davvero possiamo reggere lo sforzo, superare le inevitabili difficoltà e raggiungere traguardi di soddisfazione.

Di fronte al colosso USA e ai nuovi paesi emergenti qual’è il posto che occupano le missioni planetarie in Europa?
Il primo manufatto europeo ha abbandonato l’orbita terreste nel 1986. Cosa era successo nel mondo prima del 1986? Gli americani erano sbarcati sulla Luna, erano atterrati nel ’76 con due enormi lander sulla superficie di Marte, i russi erano stati capaci di andare sulla Luna e di riportare indietro decine di chili di campioni lunari in maniera totalmente robotica. Noi avevamo un piccolo satellite che è andato nello spazio, ha fatto una missione fortemente suggestiva vicino alla cometa di Gesù Bambino, ma nel 1986, quindi siamo partiti con praticamente trent’anni di ritardo. Ma negli ultimi vent’anni abbiamo fatto dei progressi, per un processo, devo dire, più che altro casuale, perché programmazione a lungo termine in Europa non si fa, e gli investimenti in tecnologia e in scienza sono guardati con fastidio. L’Europa investe in scienza e tecnologia con lo stesso entusiasmo che ha un cittadino quando paga le tasse alla fine dell’anno, ma nonostante queste condizioni di contorno estremamente sfavorevoli, per un glitch del sistema, per caso, le cose hanno funzionato e in vent’anni l’Europa è diventata il secondo protagonista spaziale. Ma come sempre quando non sei ricco devi supplire con l’ intelligenza e quindi abbiamo sviluppato non solo tecniche più economiche per lanciare i satelliti nello spazio profondo rispetto alla NASA, ma oggi, pur avendo un fattore 2, cioè un numero di satelliti europeo che è la metà dei satelliti americani nello spazio profondo, pur tuttavia noi siamo praticamente su tutti i pianeti del sistema solare mentre gli americani si sono concentrati su Marte e su Saturno; ma su Saturno ci siamo anche noi insieme a loro, ci siamo andati insieme.
Quindi come vede abbiamo fatto di necessità virtù. Abbiamo pochi fondi, però il patrimonio culturale e cromosomico degli europei è ricco e quindi quando riesci a far lavorare insieme gli organizzati tedeschi, i geniali italiani, gli intelligenti inglesi, i francesi che sono una zona di transizione tra i tedeschi, gli italiani e i francesi, alla fine viene fuori qualcosa di estremamente buono e di estremamente creativo.

Con ISICT noi formiamo giovani in Information and Communication Technology, qual’è il ruolo dell’ICT nelle missione planetarie?
E’ fondamentale perché per prima cosa una missione planetaria deve comunicare, e deve comunicare non soltanto a livello elettronico, deve comunicare a livello scientifico e deve comunicare a livello culturale perché ogni missione ne deve generare delle altre; quindi nell’ambito della missione comunicare i dati scientifici e ingegneristici è ovviamente e banalmente importante, ma se poi non si fa un altro tipo di comunicazione, che è una comunicazione scientifica, è una comunicazione di relazioni pubbliche, sarà quasi impossibile ottenere i budget per fare la missione numero due,e la missione numero tre. Quindi una missione spaziale ha bisogno di comunicazioni elettroniche, comunicazioni culturali e comunicazioni antropologiche, altrimenti diventa un fenomeno isolato e non ripetitivo.

Le faccio una domanda cruciale: quali sono le prospettive occupazionali?
Tutto sommato buone perché i budget che vengono investiti in Europa nello spazio sono dell’ordine- se sommiamo i budget europei più budget nazionali- almeno di 4-5 miliardi di euro ogni anno. Di questi 4-5 miliardi di euro, il 20% viene speso in stipendi ed infrastrutture, quindi circa un miliardo, e il resto viene investito in sviluppo tecnologico e sviluppo industriale. Quindi considerando che “la manodopera” spaziale vale sul mercato 100.000 euro l’anno, con 3 miliardi diviso 100.000 euro il livello occupazionale che lo spazio garantisce è elevato.
Considerando il numero di laureati ogni anno nelle nazioni europee e la percentuale piccolissima di coloro che sono qualificati per lavorare nello spazio, direi che la sicurezza di occupazione è quasi dell’80-90%. Il conteggio è un po’ complicato ma i risultati sono positivi!

Qual è l’età media dei lavoratori dello spazio?
Non è bassissima!… si ricorda quando in Italia uscivano quegli annunci sui giornali: “Si cerca giovane laureato non più di trent’anni con vent’anni di esperienza lavorativa”…c’è qualcosa… che non quadra. Lavorare nello spazio, significa entrare in un gioco da grandi, in un gioco caratterizzato da grandi budget, da grandi responsabilità; quindi diciamo che l’età media di ingresso nel mondo spaziale è intorno ai trent’anni. Bisogna sviluppare un briciolo di esperienza, un briciolo di maturità. Però, una volta entrati, si entra immediatamente, come dicevo, in un gioco da grandi dove si gestiscono grossi progetti sia a livello finanziario che a livello tecnologico-intellettuale.

Comunque è abbastanza bassa come età media, quella dei trent’anni…
No questa è l’età di entrata. L’età media probabilmente è molto più alta, diciamo 45-50 anni quando si dà il meglio di se stessi.

Sono convinta che dietro un grande scienziato c’è anche un grande uomo. Ci racconta qualcosa dell’uomo Coradini?
Prima cosa non sono un grande scienziato quindi per definizione, per l’algoritmo opposto sono un piccolo uomo.

Anche la modestia fa parte della genialità!
Ma sono una persona che si mette sempre in discussione, che ama imparare, io sono sempre, a differenza di tante persone, io non sono in teaching mood, come si dice in inglese, sono sempre in learning mood. Mi è sempre piaciuto imparare cose nuove, e la cosa che mi piace, quando imparo qualcosa, è anche raccontarla ed è per questo che, nonostante mi prenda tempo e fatica, non ho mai abdicato alla mia passione dell’insegnamento, infatti insegno a Trento, insegno a Genova, insegno a Pescara.

Ha degli hobby, delle passioni?
Si sport, molto, e fotografia. E lettura. Quando ho tempo. Leggo molto..

E legge fantascienza?
No perché è una noia e perché è sbagliata.
La leggevo quando ero giovane e non sapevo come funzionavano le cose, ora purtroppo so come funzionano e allora mi arrabbio. L’altro giorno che hanno ridato Armageddon in televisione mi ha irritato vedere gli asteroidi con i pinnacoli!… ma come si fa a fare una cosa cosi sciocca?

Adesso facciamo come fanno in televisione. Si faccia una domanda e si dia una risposta.
Sei contento di quello che hai fatto nella tua carriera professionale? E la mia risposta è si e no. No perché per lavorare nello spazio ho dovuto abbandonare la ricerca attiva e come tutti i fisici quando ci iscriviamo alla facoltà di fisica, abbiamo il desiderio di prendere il premio Nobel. Non l’ho vinto quindi è una mia enorme frustrazione e non ho alcuna possibilità di vincerlo. Allo stesso tempo però ho avuto la soddisfazione di metter su un programma di esplorazione spaziale, che è condito da management, tecnologie, ingegneria e anche grandissimi esperti di ricerca, che è secondo solo a quello degli Stati Uniti. E che tutto sommato, se mi permette un briciolo di immodestia, è un po’ a mia immagine e somiglianza, quindi una piccola grande frustrazione scientifica ma una grande soddisfazione diciamo manageriale.

Un messaggio ai ragazzi dell’ISICT. Cosa consiglia loro per muoversi anche al di fuori del settore spaziale, cioè come affrontare il dopo ISICT
Quello che dico sempre agli studenti, anche durante le mie lezioni, è cercare di capire se stessi perché fondamentalmente nel mondo del lavoro esistono due caratterizzazioni: lo specialista e il sistemista, in tutte le discipline, anche per chi fa la filosofa, c’è un filosofo che analizza in dettaglio il pensiero degli altri e un altro che riassume il pensiero degli altri. E’ quella la differenza in ingegneria tra uno specialista dei sottosistemi e un sistemista e questo dipende esclusivamente dalle proprie inclinazioni personali, quindi bisogna capire se si ha una mentalità in cui hai bisogno della sicurezza della conoscenza e quindi rimanere sempre nello stesso campo magari per vent’anni e diventare il più grosso esperto mondiale, e questo è l’esperto del sottosistema e c’è invece chi ha una mentalità in cui ami conoscere tantissime cose ma non hai proprio la forza psicologica di entrare in profondità e sei un’aspirante dirigente, un’aspirante sistemista diciamo. E c’è bisogno dei due. Quindi veramente cercare di capire se stessi, le proprie capacità e la propria motivazione.


Intervista a cura di Carla Viale, Comunicazione ISICT
Marcello Masera (Joint Research Center European Commission) durante una conferenza organizzata da ISICT
Comunicazione e Ufficio Stampa

 
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